I dieci minuti più lunghi della mia vita

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Il tempo è soggettivo: l’ho compreso la prima volta che mi sono messo a dieta. Ero in birreria, non potevo bere alcolici e tutti i miei amici erano alla terza pinta. Io avevo bevuto solo un litro di acqua. Ero in condizioni perfettamente normali, ma mi sembrava che i miei sensi fossero amplificati: percepivo ogni cosa, ogni singola parola e il tempo sembrava essere molto, molto dilatato. Ovviamente era solo un effetto della mia testa: erano tutte le persone intorno a me che, felicemente, stavano interagendo a doppia velocità, grazie ai super poteri della birra doppio malto.

Durante la mia gita senza internet è successa la stessa cosa. La mia breve, anzi brevissima, escursione in una grotta per me è durata un’eternità.

La Grotta Zinzulusa è la principale attrazione turistica di Castro, nel cuore del Salento e durante i mesi estivi attrae una cospicua marmellata di turisti in ciabatte, che si affastellano in coda in attesa di esplorare un buco lungo poco più di cento metri. Per completezza enciclopedica, è bene sapere che la Zinzulusa prende il suo nome dal dialetto locale: zinzuli, in leccese, sono gli stracci, che pendono quando sono appesi e così assomigliano a delle stalattiti.

Per soli cinque euro, quindi, mi accingo a esplorare la formazione carsica sotterranea, con moglie, figlia e un nutrito e colorito drappello di villeggianti abbronzati (in altri casi addirittura ustionati) che starnazzano felici. La trama della mia storia è semplice: pago un biglietto, faccio la coda su un cornicione di scogli sdrucciolevole e infine si apre un angusto cancello che ci porta all’interno della grotta.

A quel punto tutto cambia: le mie dita che, come sempre, quasi inconsapevolmente, giocherellano con lo smartphone si accorgono che Instagram non carica. Non c’è campo dentro il maledetto buco. Devo fare i conti con la realtà e mi accorgo di non essere pronto.

La guida turistica che recita annoiata la storia di questo antro paleolitico, con il tono piatto di chi ripete una poesia alle scuole elementari, mi sembra ancora più annoiata. La mia attenzione saltella frenetica dalle parole di questa ragazzetta al nervosismo scalpitare di Olivia, mia figlia di quattro anni, che (offline) non riesco più a ignorare, fino ai commenti generici dei miei temporanei compagni ciabattati. Di solito, lo smartphone mi tutela dalle angosce di avere una vita sociale e familiare.

Realizzo ciò che gli scienziati cognitivi sanno da tempo: internet ha cambiato la mia testa. Proprio come succede ai tassisti di Londra, che sviluppano in modo abnorme la parte del cervello che governa apprendimento, memoria e stress (l’ippocampo), sento che una parte della mia testa si è amplificata, ma un’altra si è atrofizzata. Nella caverna salentina (ma anche nella vita di tutti i giorni) non riesco più a focalizzare l’attenzione su un singolo punto.

Ho perso l’attenzione verticale, quella che mi permetteva (un tempo) di leggere un libro dall’inizio alla fine, senza perdere mai il focus. È una questione di allenamento: vincono le parti del cervello che utilizziamo di più, mentre quelle che non utilizziamo si atrofizzano. Google ci ha reso stupidi, dice lo scrittore americano Nicholas Carr, e forse è vero.

Nei lunghissimi dieci minuti che mi hanno separato dall’uscita, però, la mia attenzione si è fatta via via più lucida e la mia memoria più intesa. Potrei ripetere passo passo quello che l’annoiata guida, la nostra Caronte negli inferi salentini, ha deciso di spiegarci. La prima cosa che ha detto: vietato fare fotografie col flash, vietato toccare le stalattiti. La prima cosa fatta dalla famiglia di turisti dietro di me: farsi una fotografia col flash mentre accarezzano la stalattite più vicina. Nota mentale a me stesso: vorrei tornare subito online, dove posso segmentare con precisione chirurgica il target delle mie frequentazioni e followare solo persone beneducate.

Là sotto, a una profondità di circa 150 metri, era impossibile fuggire dalla volgarità della vita reale, dalla vicinanza forzata con altri esseri umani (anch’essi temporaneamente offline), dalla relazione casuale con gli altri, sicuramente detestabili, avventori. Tutto, fuori da internet, sembra così… così reale. La natura, le conformazioni rocciose che ricordano il Santo Presepe, la petrografia non fanno eccezione, nella Grotta Zinzulusa: l’ultima stanza della caverna, la “Cripta”, a ben 160 metri dall’ingresso, è completamente ricoperta di scritte. Fino agli anni Quaranta era totalmente piena di guano di pipistrello, fino a un’altezza di cinque, forse sette, metri. Gli operai cui è toccato l’improvvido compito di svuotarla (pare che il guano sia un ottimo fertilizzante) hanno lasciato i loro nomi, a futura e imperitura memoria di cotanta estrazione di pupù.

La mia mente e la mia memoria, non più distratte dalla solita gragnuola di notifiche whatsapp, sono costrette a incamerare queste informazioni che nella vita, se tutto va per il verso giusto, non mi serviranno mai più. Neuroplasticità: le mie sinapsi, veloci veloci, si adattano di nuovo ai modelli di attenzione dell’uomo Pre-Smartfoniano. Che disdetta.

Ora so che nelle profondità estreme della grotta, raggiungibili solo sott’acqua, alberga il Typhlocaris salentino, una rarissima specie di gamberetto, cieco e senza pigmenti. Pensate che vita, essere cieco, albino e vivere per tutta la vita nelle profondità di questa grotta di second’ordine, costretto a subire vita natural durante i commenti e le facezie di una processione inarrestabile di turisti milanesi lucidi di crema solare, a caccia di Pizzica, mare pulito e di un breve momento di frescura sotterranea.

Solo questo posso dirti, Gamberetto Cieco e Senza Pigmento: proprio come me senza internet e proprio come il boss Salvatore Conte in Gomorra, “L’omm’ ca po fa a meno ‘e tutt’ cos’ nun ten’ paura ‘e nient’!”. L’omm’ oppure, nel tuo caso, O’Gamberett’.

(questo testo è apparso su “Print this week 3 — Offline”, la guida cartacea al mondo offline di Gummy. Iscriviti alla nostra newsletter, dai)

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